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(Giulia Ferruzzi)
Narrare una piccola favola per raccontare una vicenda arcana e misteriosa come quella della nascita dell’oggetto matematico numero, mi sembra un approccio sensato e interessante, trovandosi, nel farlo, nella dimensione della speculazione – per quanto nutrita da ipotesi verosimili – rivolgendosi agli adulti e trovandosi, ancor di più, a volerla offrire a bambini e ragazzi.
Lo fa Enrico Giusti nel suo saggio Ipotesi sulla natura degli oggetti matematici (1999), dove, attraverso la voce antichissima di Qwfqw, narra come dalle vicende di un vanaglorioso cacciatore di tigri, che annota i suoi trofei segnando tacche su un osso, nominandole una ad una e propinandole in continuazione ai suoi esasperati compari, possa esser scaturito il concetto di numero e, con esso, una normativa di conteggio e proporzioni in cui l’autore, con acuta ironia, individua la nascita, fra le altre cose, della disparità sociale.
I contenuti proposti da Giusti nel suo racconto sono dunque di ampio respiro, i livelli di lettura molteplici, come in ogni favola che si rispetti. Soffermandosi solo su come sia nato il concetto di numero, si può affermare, come sopra accennato, che in proposito non si sa nulla di certo, se non che appartiene profondamente alla natura umana e che giunge dai primordi dell’Età della pietra: dal Paleolitico superiore nella fattispecie, quando i nostri ancestri, come ha scritto Olivier Keller nel suo saggio L’invenzione del numero. Dai miti della creazione agli Elementi di Euclide, si può attribuire l’invenzione del segno in generale, e del segno di una pluralità astratta in particolare (questo libro non tradotto in italiano si può leggere in libero accesso qui).
Dunque, da un atto semplice, come il segnare una tacca su un bastone, e ripetuto, al fine di segnare più atti semplici, dice Giusti, deriverebbe la cardinalità del numero: la ripetizione è il fulcro di questo concetto, il ripetersi di un atto che, nel ripetersi appunto, si rende molteplice pur mantenendo la sua unità. Del resto, il nostro stesso corpo ci accompagna quotidianamente con l’incedere ripetuto e costante del respiro e del battito cardiaco: ripetizioni anch’esse arcane e primordiali, con cui il genere Homo convive da sempre. Chissà che non abbiano la loro parte nella genesi dell’uno-molteplice?
Un bastone di osso rinvenuto in Congo, nel sito archeologico di Ishango da un geologo del Reale Museo di Scienze Naturali del Belgio dove è depositato e risalente a circa 20.000 anni fa, presenta vari gruppi di tacche incise: alla luce di quanto finora esposto, si ritiene che tali tacche fossero utilizzate per contare ma, naturalmente, non si può averne certezza. Di conseguenza, non si può avere certezza nemmeno delle quantità rappresentate da tali tacche e, a tal proposito, Keller –molto critico delle ipotesi azzardate che sono anche numerose – propone il concetto di quanta: un protonumero con cui rappresentare un’ipotesi di numero, un’idea di numero innumerabile. L’ipotesi che i grafismi presenti sugli esigui reperti preistorici di cui disponiamo, fra cui il bastone di Ishango, potessero constatare delle quantità, è supportata e resa plausibile dal comparatismo etnografico: attingere alla ricca documentazione raccolta dagli antropologi del XIX e XX secolo sul pensiero dei popoli senza scrittura, dipinge dunque di verosimiglianza le teorie finora esposte. A tal proposito, un esempio concreto che Keller accosta all’osso di Ishango è un bastone promemoria appartenuto a un messaggero aborigeno in Australia risalente a 125 anni fa, in cui i gruppi di tacche segnatevi sopra rappresentano effettivamente delle quantità da ricordare: di distanza, di tempo, di persone, di oggetti.
È affascinante pensare di poter intuire come pensavano i nostri antenati, altrettanto affascinante e pieno di possibilità, di nuove strade di comunicazione, pensare di poter affascinare gli alunni nel raccontarlo: renderli curiosi, nutrire il loro immaginifico pensiero, ampliare l’orizzonte dei loro quaderni da scriba.